La pubblicità di una nota marca di automobili mostra un gruppo di donne che al mattino presto, per affrontare la giornata, si carica con il possente e grintoso grido maori, portato alla ribalta dalla squadra di rugby della Nuova Zelanda. Un rito collettivo necessario per affrontare gli impegni quotidiani del lavoro, la cura dei figli e della casa, in un vorticoso succedersi di obblighi e responsabilità.
Eppure, nel panorama europeo, le donne italiane si distinguono per due primati: un’esigua partecipazione lavorativa (seppure crescente tra le giovani) e al tempo stesso un bassissimo livello di fecondità. Questa situazione è il risultato di due diversi fallimenti: da una parte la maggiore fatica delle donne, nonostante i crescenti successi scolastici, ad accedere ad un lavoro retribuito e a conservarlo se hanno impegni familiari, dall’altra la difficoltà ad avere il numero desiderato di figli, se lavorano. Il principale problema della bassa fecondità italiana, in effetti, è la riduzione consistente delle nascite di secondo e terzo ordine; la fecondità realizzata nel 2004 è di appena 1,3 figli per donna, nettamente inferiore al numero desiderato, che secondo molte indagini è pari a poco più di due figli per donna. Circa 3 su 4 madri al primo figlio hanno dichiarato che vorrebbero averne altri (Istat 2006): ma perché alla fine solo poche realizzano compiutamente i loro desideri?
Ci sembra utile esaminare quali siano le difficoltà che incontrano le donne e cosa le spinge al pesante aut aut: rinunciare tout court alla maternità o limitarsi ad avere un solo figlio per conservare il proprio lavoro, o, invece, per appagare il desiderio di una famiglia più numerosa, abbandonare completamente il proprio ruolo professionale.
Le coraggiose che cercano di conciliare vita professionale e maternità si trovano a camminare su una fune sospesa tra le responsabilità della propria occupazione e le richieste di cura della famiglia, ancora così poco condivise con i propri partner (Mencarini 2007). Sono le “funambole della
conciliazione”, quelle del rito maori, per intenderci.
Ma che tipo di difficoltà devono affrontare le madri lavoratrici italiane, quelle che scelgono di tentare di mantenere il proprio lavoro senza rinunciare alla maternità, quelle che scelgono di camminare in equilibrio, a piccoli volitivi passi, su una sottile fune sospesa, tra i rischi di due penalizzanti rinunce? Qual è il bilanciere che le aiuta a non precipitare e a restare in equilibrio malgrado le insidie? Quali sono gli strumenti che impediscono loro di precipitare? In quali casi, invece, la
conciliazione appare impossibile?
Vediamo prima di tutto alcuni – tristi – primati italiani dal lato dell’occupazione femminile.....
Si ringrazia la redazione di Golem per averci dato la possibilità di pubblicare l'intervento.
22/5/2007