Nota della Consigliera Nazionale di Parità, professoressa Fausta Guarriello
La Consigliera ha inviato il 23 luglio 2008 al Ministro del Lavoro e alla Ministra per le Pari Opportunità nonché ai Presidenti delle Commissioni Lavoro e Bilancio di Camera e Senato una nota sui provvedimenti emanati dal governo nel mese di giugno, in particolare sulla detassazione degli straordinari e sull’abrogazione delle procedure telematiche relative alle dimissioni volontarie.
In qualità di Consigliera Nazionale di Parità, organismo istituzionale garante dell’attuazione dei principi di pari opportunità e di non discriminazione tra donne e uomini nel lavoro, desidero esprimere viva preoccupazione, anche a nome della Rete nazionale delle Consigliere di parità che coordino, in merito all’incidenza negativa che le previsioni normative dei Decreti legge n. 93/08, 97/08 e 112/08, approvati dal Consiglio dei Ministri e attualmente alle Camere per la conversione in legge, potranno avere sul mercato del lavoro femminile.
Alcune delle norme contenute in tali Decreti incidono negativamente sull’occupazione femminile sotto vari aspetti, accrescendo i differenziali salariali tra uomini e donne a parità di mansioni svolte e favorendo o accentuando le discriminazioni dirette e indirette nei luoghi di lavoro.
I provvedimenti in materia di detassazione degli straordinari e dei premi aziendali ad personam, nonché del lavoro supplementare, contribuiscono infatti ad accentuare i differenziali salariali fra uomini e donne (mediamente attorno al 25% secondo il recente studio Isfol commissionato dal Ministero del Lavoro, ma che incide in misura maggiore proprio sulle voci variabili del salario) a causa della rilevata impossibilità/difficoltà delle donne ad un sistematico prolungamento degli orari di lavoro dovuta all’ineguale ripartizione tra uomini e donne del
lavoro di cura non solo dei figli ma anche di familiari in condizioni di bisogno.
Segnalo, in particolare, che l’abrogazione della legge n. 188 del 17 ottobre 2007 sulle dimissioni volontarie, legge approvata con voto quasi unanime dal Parlamento nella scorsa legislatura su iniziativa delle parlamentari di tutti gli schieramenti politici, lascia prive di tutela le lavoratrici in un momento particolarmente critico quale quello della gravidanza e del rientro dalla maternità, nel quale più facilmente sono a rischio di discriminazioni, in spregio al principio costituzionale che riconosce valore sociale alla maternità.
L’abrogazione della citata legge non consente, infatti, più alcun controllo pubblico sull’odiosa pratica, ancora ampiamente diffusa - come emerge anche dall’esperienza quotidiana delle Consigliere di parità e dalle rilevazioni effettuate dagli Ispettori del lavoro - delle cosiddette dimissioni in bianco, che il datore di lavoro usa discrezionalmente quando ritiene opportuno, in particolare in caso di gravidanza o al rientro dalla maternità, respingendo le donne nelle spire del
lavoro sommerso.
Risulta altresì sorprendente l’abrogazione di una legge che ha l’obiettivo di affermare un principio di civiltà giuridica, quello della volontarietà delle dimissioni, a così breve distanza dalla sua entrata in vigore, senza averne potuto verificare in concreto l’efficacia. Qualora poi le motivazioni del provvedimento fossero da rinvenire nella eccessiva rigidità del meccanismo ivi previsto, ben si potrebbe intervenire sul decreto di attuazione con una semplificazione delle procedure, da individuarsi in sede di dibattito parlamentare.
L’insieme di queste misure, in controtendenza rispetto ad un’evoluzione legislativa che, a partire dalla legge n. 903/77, ha sempre più favorito l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro attraverso la garanzia dei loro diritti, incide in maniera negativa sulla situazione dell’occupazione femminile in Italia e sulle condizioni di vita delle donne che lavorano, già segnata da un forte ritardo rispetto agli altri paesi europei e agli obiettivi di “piena e buona occupazione” fissati dalla strategia di Lisbona.
L’assenza di misure di promozione dell’occupazione femminile regolare, in particolare nel settore dei servizi di cura alla persona e alla famiglia, come segnalato anche di recente da uno studio di Bankitalia, nonché la carenza di misure di welfare a sostegno dei giovani e della famiglia, allontana ancor più il nostro Paese dal raggiungimento degli obiettivi europei facendo della questione del lavoro femminile una vera emergenza nazionale.
6/8/2008