

Il video ritrovato. L’arte femminista a Roma e sul web.
E finalmente l'ho ri-trovato! Anni fa girando per Parigi ero incappata in un video in cui un'artista americana, nei sempre più lontani anni '70, presentava con fare ironico ed estraniante alcuni utensili da cucina. Mi ero fermata a guardare il video, divertendomi di quella performance ma senza portarmi via neanche un appunto, così. Negli anni ho cercato di ricordarmi il titolo di quel lavoro o almeno il nome dell'artista, ma ogni ricerca su web era talmente vaga da risultare fallimentare. Qualche giorno fa è bastato sfogliare il catalogo della mostra
"Donna. Avanguardia femminista negli anni '70 - dalla Sammlung Verbund di Vienna", per ritrovarlo lì.
"Semiotics of the kitchen" si intitola, e
Martha Rosler è una delle 17 artiste esposte fino al 16 maggio alla Galleria d’Arte Moderna di Roma.
A questo punto cercare su internet è stato veloce e il video potete anche vederlo anche voi .
http://www.youtube.com/watch?v=3zSA9Rm2PZA.
Siamo nel 1975. E’ facile capire quanta strada abbia fatto con un balzo il
femminismo e con quanto coraggio e ironia le artiste abbiano portato nei loro lavori gli esiti di una rivoluzione in cui lo sguardo delle donne si è reso autonomo, libero, capace di costruire immagini su di sé.
In
“Semiotics of the kitchen” gli oggetti da cucina vengono presentati con il loro nome, mostrati, e volteggiati nell'aria a formare domande e sciabolate. Niente di più lontano dalla "mistica della femminilità", o dalla identificazione forzata delle donne con l'ambiente domestico. Gli oggetti, coltelli, forchette, grattugie, sembrano estranei a chi li maneggia, e li presenta disegnando lettere nel vuoto. Martha Rosler, che è la protagonista della videoperformance, sembra mostrarli come cose mai viste: verso la fine con il coltello traccia una Z rabbiosa in aria (richiamando alla mente la figura di Zorro, eroe giusto e vendicatore degli oppressi), poi scuote le spalle e con un sorriso malizioso sembra congedarsi dagli spettatori. Il modo in cui Martha Rosler elabora immagini, uso dei media, scene e oggetti del quotidiano esemplifica la pratica di molte artiste degli anni settanta, la cui strategia, nella e sulla rappresentazione, sottolinea l’interdipendenza che esiste appunto fra rappresentazione, creazione e immagine della realtà e come tutto questo concorra a chiudere le donne in un immaginario che crea estraneità. L’interesse di
“Semiotics of the kitchen” è nella capacità di mostrare con ironia il contenuto allucinatorio e straniante di un ambiente quotidiano e privato, operazione tanto più forte perché l’artista entra nella scena, mette se stessa al centro di un’azione il cui valore è quello di allontanare gli oggetti e i gesti dai loro significati routinari. “Quando vuoi portare nel tuo lavoro argomenti concreti, consapevoli, faresti bene anche a cercarti là un posto concreto” è un’affermazione di Martha Rosler che, come molte altre artiste di questa “avanguardia”, mette se stessa e il proprio mondo al centro dei propri lavori. Questo giocare su immagini, rappresentazioni e stereotipi torna in molte artiste.
Cindy Sherman, un’artista visuale molto nota di cui la mostra espone alcuni lavori lavori degli anni ’70, in
Bus Riders insiste sul tema del travestimento e della mascherata entrando nei panni di donne diversissime, assumendo posizioni e atteggiamenti simili ma distanti. Si tratta di due serie di foto in cui l’artista, travestita, truccata, resa più vecchia o più giovane dagli abiti e dalle pettinature, rompe l’immagine di una femminilità schiacciata in una rappresentazione immaginaria unica, compatta. Se c’è qualcosa che si può riconoscere a queste artiste è proprio l'aver contribuito a decostruire un’immagine della donna, riprendendo dal
femminismo la capacità di dar vita e riconoscimento alla molteplicità di identità e di costruzioni di identità in cui si muovono nel mondo le donne reali. L’entrare dentro la scena da parte delle artiste ha proprio questo significato: rompere il rapporto a senso unico fra sguardo e desiderio, fra proiezione e realtà, fra soggetto e oggetto.
Ana Mendieta, un’artista cubana formatasi negli stati uniti, in
Glass on body Imprints (1972) tiene in mano una superficie di plexiglas contro cui spinge e schiaccia il proprio viso che si distorce in smorfie o forme sempre più violente senza mai perdere un contenuto ironico. Il corpo, la sua rappresentazione, la violenza che subisce nel fissarsi in immagini fisse e irreali sono al centro di diversi lavori. Sono molte le opere costruite come serie di scatti, gallerie di immagini che lasciano seguire una trasformazione, un’evoluzione o, al contrario, un irrigidimento, un morire verso una forma astratta.
Hanna Wilke in
Super – T – Art (1974) parte da un’immagine classica, in cui si lascia fotografare come una statua, in una posa cioè custodita dalla memoria culturale, per evolvere verso foto in cui il suo corpo è sempre più esibito, in un gioco in bilico fra la critica alla reificazione del corpo femminile e il gusto della sfrontatezza e della seduzione libera e giocosa. Il tema della sessualità torna spesso: in
Aktionshose: Genitalpanik (1969)
VALIE EXPORT si propone nelle vesti di una bad girl che, impugnando un mitra in mano, mostra i genitali nudi attraverso lo strappo dei pantaloni. Nudità e aggressività diventano i poli attraverso cui è raccontata la sessualità femminile, in una performance che non voleva solo prestarsi a diventare fotografia o video, ma vera e propria azione artistica.
Molti lavori rompono i confini tradizionali fra pubblico e privato, arte e vita, realtà e immaginario, cercando un posto all’interno dell’arte per la tesi del
femminismo per cui “il personale è politico”, ed è forse questa la cosa che più di tutte accomuna le artiste esposte alla mostra di Roma, donne con storie diverse, formatesi in ambienti artistici e culturali differenti, ma che portano nei propri lavori la consapevolezza di una coscienza collettiva in trasformazione, che vede la nascita di un soggetto femminile autonomo, capace di dirsi, raccontarsi, immaginarsi. Molto belle in questo senso anche le sofisticate foto di
Francesca Woodman, in cui il corpo femminile (il suo) sembra volersi confondere e al tempo stesso liberare dall’ambiente in cui è ritratto. Un movimento sottile e struggente con cui l’artista fa nascere le forme di un umano-donna dalle pieghe della carta da parati, dallo scaffale di un armadio (
my house).
Se proprio non potete andare a Roma a vedere la mostra cercate il catalogo e navigate su internet alla ricerca di tutte le informazioni possibili. Queste artiste fanno molto pensare.
Sito web della Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea che ospita la mostra:
www.gnam.beniculturali.it
Informazioni sul catalgo della mostra:
www.electaweb.it
Ricordiamo anche la mostra "Vote for women"di Merano, organizzata dal Comitato provinciale Pari opportunità, in cui erano esposti i lavori di diverse artiste presenti anche a Roma: "Vote for women". Il catalogo è disponibile gratuitamente su richiesta: www.donne-lavoro.bz.it
Sandra Burchi, autrice di questa rubrica, è filosofa e ricercatrice presso l'Università di Pisa, Dipartimento di Scienze Sociali. Sul nostro sito è disponibile una sua ricerca, realizzata nel 2005 a Bolzano con Marta Bonetti e Barbara Pircher:
Donne, lavori e maternità: esercizi di stile
Rubrica realizzata grazie al contributo del Comitato provinciale pari opportunità, della Fondazione Cassa di Risparmio e della Raiffeisenkasse.
Marzo 2010